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| DA SODOMA A HOLLYWOOD IN 25 ANNI |
| Ha spento da poco le candeline il Torino Glbt Film Festival |
Ha festeggiato le sue “nozze d’argento” dal 15 al 22 aprile (al cinema Ambrosio, con apertura e chiusura al cinema Ideal) con un’edizione piena di novità, presentando un cartellone di 150 pellicole provenienti da 30 Paesi. Quest’anno i temi delle tre sezioni in concorso (lungometraggi, documentari e corti, tutti in anteprima nazionale) sono stati l’omofobia “in paesi come l’Iran, Camerun e Uganda, dove essere omosessuali è un reato punibile con il carcere e la morte, ma anche l’omofobia che si è risvegliata in Occidente”, il difficile rapporto genitori-figli omosessuali, la bisessualità, i problemi dei gay anziani e soli. Gli Usa erano presenti con 32 titoli, mentre in Europa spiccavano Spagna e Francia, con 13 e 11 film, e significative sono state le presenze dal Sudamerica (16), da Israele (7) e dalla Gran Bretagna (10). Sette i film dall’Italia, con in concorso il corto “La capretta di Chagall”, di cui è autore un gruppo di donne torinesi che, da film-maker part time, hanno dato vita al progetto “Badhole video”. Racchiusi nella sezione Open eyes, gli omaggi del Festival a tre icone del cinema erotico, femminista e transgender: Maria Beatty, Patricia Rozema e Holly Woodlawn. Tra le novità di quest’anno anche l’istituzione del Premio Oscar (Wilde) alla carriera, una statuetta ideata dal pittore e scultore Ugo Nespolo (autore anche del logo del Festival 2010). È stata inoltre inaugurata la sezione Focus, per questa edizione intitolata “Dio mio. Religioni e omosessualità”, di cui fa parte ad esempio il documentario shock “Cure for love”, che racconta il (fallimentare) tentativo di fondamentalisti religiosi americani di far “guarire” dall’omosessualità. Collegata al Festival, si può visitare fino al 15 maggio in via Santa Giulia 14, la mostra “Internazionale d’Arte Lgbt”, sul tema “Sono come sono”. Dalla prima, coraggiosa e sperimentale edizione del 1986, il Festival non ha smesso di crescere e dal 2005 è gestito dal Museo del Cinema. “Nessuno si aspettava un simile successo, nella cultura cinematografica torinese si pensava che sarebbe stata un’iniziativa per pochi ‘addetti ai lavori’, quasi un ghetto, ma così non è stato perché fin dal principio volevamo che fosse aperto a tutti”, spiega Giovanni Minerba, fondatore e direttore del Festival, che così ne racconta la genesi: “Da appassionati di cinema e militanti del ‘Fuori!’, primo movimento omosessuale italiano nato a Torino, eravamo infastiditi da come noi gay venivamo rappresentati nei film. Così il mio compagno Ottavio Mai, morto nel ’92, ed io decidemmo di girare alcuni film e di portarli ai festival. All’estero già esistevano pellicole su questi temi e pensammo di organizzare una rassegna”. Se nel 1986 il catalogo stava in un pieghevole, oggi è un libro con centinaia di pagine, mentre il budget del Festival, grazie al contributo di Regione, Provincia, Comune, Ministero e Fondazione Crt, si aggira intorno ai 550 mila euro. “Il pubblico molto variegato che assiste alle proiezioni è la vera forza del Festival, con una media di 3 mila persone al giorno”. Oggi l’omosessualità è di moda nei film? “Già in passato se ne parlava, ma per lo più attraverso macchiette e stereotipi. Anche oggi abbondano, è vero, ed è proprio per questo che molti film che ci sono giunti li abbiamo scartati dal Festival. Però si sono diffuse rappresentazioni col senso preciso di quella che è la realtà Lgbt, grazie a registi come Ozpetek, a film come, ad esempio ‘Viola di mare’ di Donatella Maiorca e, credo di poter dire, grazie anche al nostro Festival”. |
Fabrizio Assandri |
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