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| Le Donne di Shirin Neshat |
| a proposito di "Donne senza uomini" |
Shirin Neshat è un’artista iraniana di fama internazionale che si esprime attraverso fotografia, video e cinema. “Donne senza Uomini” è il suo primo film. Tratto dal libro omonimo di Shahrnush Parsipur, è distribuito in 23 paesi e ha vinto il Leone d’Argento al Festival del Cinema di Venezia. È la storia di quattro donne iraniane, di diversa età e condizione, che all’epoca del colpo di stato del 1953 finiscono per riunirsi nello stesso luogo, appena fuori Teheran…
Shirin Neshat è famosa in tutto il mondo per le sue immagini di donne islamiche velate, ricoperte nelle parti del corpo visibili da scritte in persiano.
La galleria che propone le sue opere in Italia, Marco Noire Contemporary Art di Torino, ha raccolto brevi commenti al film da parte del pubblico, che vengono recapitati all’artista. Eccone alcuni:
Paola: “Non avevamo mai visto nulla del genere ! Non è un video d’arte e non è un film: Shirin ha inventato una nuova forma d’arte eccezionale che prima non esisteva”.
Chiara: “Ho pianto per i primi 30 minuti del film. Mi ha toccato profondamente il cuore”.
Umberto: “Non mi aspettavo di vedere nulla del genere.
Shirin è riuscita , con il suo primo film, a raccontare con grande bravura cinematografica”.
Di “Donne senza uomini” abbiamo parlato con Elena Volpato, che fra le sue attività ha quella di Conservatore e responsabile della collezione video della GAM di Torino.
Come definirebbe Shirin Neshat?
Una delle artiste contemporanee fondamentali nel mostrare un’opera d’arte fatta di immagini in movimento. Lo fa attraverso film e video: tante volte parliamo di video nei confronti delle sue opere, che sono invece girate in pellicola.
Come ha trovato il film?
Un’opera che ha una straordinaria bellezza di fotografia e di immagini. Però nelle sue opere Shirin Neshat riusciva a mantenere un’assoluta e coerente unità d’espressione a tutti i livelli: la fotografia era meravigliosa, il tempo era il tempo giusto, la narrazione, anche se ellittica, c’era e funzionava. Tutto perfettamente. Qui è come se ci fosse il senso di una scommessa di cui io capisco bene la necessità e che ritengo molto apprezzabile.
Crede sia stata una scelta complementare al lavoro sul video?
Piuttosto penso alla necessità di raccontare fino in fondo lo spaccato della situazione in Iran, che per lei ha un senso profondo dal punto di vista sia esistenziale che storico. È uno di quei casi in cui la storia personale si unisce alla storia di un Paese. Forse nei suoi video l’essere un’artista iraniana era in qualche modo laterale rispetto alla potenza evocativa delle immagini. Qui il fatto che ci sia un racconto preciso e un momento storico determinato (cioè il colpo di Stato del 1953) cambia le cose, spiega ad esempio all’Occidente che la democrazia in Iran esisteva già, che la situazione è cambiata con il colpo di Stato.
Ci sono voci critiche su di lei da parte degli altri artisti iraniani?
Qualcuno critica lei ed altri che se ne sono andati dall’Iran per essersi in qualche modo edulcorati. Credo in realtà che uno degli aspetti positivi di questo film sia proprio quello di farci capire quanto la problematica iraniana sia sua.
La morte è sempre fra i protagonisti, non toglie un po’ di speranza alla denuncia?
No, credo che nel film la morte abbia un ruolo: è la narratrice della disperazione. E soltanto dalla vera disperazione il popolo può risollevarsi, è allora che scatta la reazione. I suoi personaggi femminili sono completamente disperati ma tutti reagiscono: il modo in cui Shirin riesce a raccontarci la morte è paradossalmente funzionale a un messaggio di speranza: apre la possibilità all’azione.
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Carlotta Romano |
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