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| Torino ombelico del mondo |
| Una comunità che cambia |
Che Torino sia una città multietnica non ci vuole un acuto osservatore a capirlo. Fiumane di persone delle più svariate nazionalità si muovono nelle strade e nei quartieri della città, aprono attività commerciali, studiano, pregano, cercano lavoro, alcuni lo trovano, qualcun altro si dedica a traffici meno leciti, accade in tutta Italia. Torino è stata fra le prime città italiane a vivere l’ondata extracomunitaria e anche fra le prime a organizzarsi per far sì che il concetto d’integrazione non fosse solo un pensiero filosofico, una teoria, ma si concretizzasse, per quanto possibile, nella maniera migliore.
Le comunità rumene e marocchine sono le più numerose, i dati vengono aggiornati in continuazione e non sono mai precisi, in quanto alle persone censite bisogna aggiungere una certa quantità di clandestini. Molti anche i sudamericani, soprattutto peruviani, ecuadoriani e brasiliani, albanesi, cinesi e nigeriani rappresentano un’ulteriore fetta di popolazione immigrata di una certa rilevanza. Ogni comunità ha un consolato che la rappresenta. Shop in the City ha voluto raccogliere qualche testimonianza, qualche impressione sul livello d’accoglienza che la nostra città è in grado di offrire, con tutte le problematiche e le contraddizioni che ciò comporta da una parte e dall’altra. E anche come Torino venga vista dall’esterno. I risultati sono più che positivi, le impressioni che abbiamo raccolto descrivono una città mediamente evoluta da questo punto di vista.
Abderrahim Bendouad è Console del Marocco a Torino dal settembre del 2004. Quasi tre anni dunque per comprendere la nostra città ed essere in grado di accogliere le istanze della popolazione marocchina qui residente e farsi un’idea di ciò che funziona bene e meno bene.
“Il primo problema – sorride – è che qui al Consolato siamo troppo pochi e la gente che viene a rivolgersi a noi è sempre in aumento. Noi ci occupiamo di risolvere i problemi più tipici, quelli relativi ai permessi di soggiorno, ai passaporti, ai matrimoni”.
Ma le sensazioni che avverte dalla sua comunità riguardo a Torino manifestano più soddisfazione o difficoltà?
“Mi sembra che in generale – continua il Console – la nostra gente si trovi bene a Torino. La maggior parte di loro ha raggiunto un buon livello di inserimento, moltissimi hanno creato attività commerciali e credo che ci sia una continua evoluzione nell’ambito dell’integrazione e, soprattutto, per quel che riguarda gli scambi di tipo commerciale e culturale. Ci sono poi alcune persone che hanno riscontrato problemi maggiori, che non hanno trovato lavoro, che non sono riuscite a raggiungere uno stato d’inserimento accettabile. Per loro, ovviamente, la situazione è molto più difficile e anche una città evoluta come Torino può diventare ostile”.
Recenti infatti sono le polemiche divampate in seguito ai presunti incitamenti alla guerra santa da parte di qualche sedicente Imam in alcune moschee torinesi.
“E’ un fatto che ha provocato qualche allarme – ammette – e lo ha provocato soprattutto nella nostra comunità che invece desidera fortemente mantenere rapporti sereni con la città. Io posso dire senza ombra di dubbio che la pace e la solidarietà sono fra i valori principali del nostro Paese e del nostro popolo”.
Il Console Bendouad in questi tre anni di “reggenza” ha avuto modo di conoscere e frequentare Torino.
“Una città bellissima – conferma – piazze imponenti, maestose, architettonicamente straordinarie, come Piazza San Carlo o Piazza Castello. Ed è una città che è ulteriormente migliorata negli ultimi tempi, sono rimasto molto affascinato all’inaugurazione di Palazzo Madama, che mi sento di paragonare al Louvre parigino”.
Meno nutrita ma ugualmente significativa è la comunità ecuadoriana che in Piemonte consta di circa quattromila persone, la metà delle quali dislocate su Torino e Provincia. Il Console a Torino dell’Ecuador si chiama Cesare Boffa, ingegnere e titolare della cattedra di fisica tecnica al Politecnico.
“La comunità ecuadoriana si è molto sviluppata negli ultimi anni – ci racconta – si tratta quasi sempre di gente molto perbene, persone che si adattano facilmente e in fretta al nostro sistema di vita e non creano problemi. E, avendo i consoli quale compito principale, quello di risolvere i problemi dei cittadini, devo dire che il mio lavoro è piuttosto facilitato. Il nostro è un Consolato Onorario ma questo non ci impedisce di essere loro utili. Ci sono pochissimi clandestini e quei pochi generalmente, a quanto sappiamo, non delinquono. Da quello che mi viene riferito, mi sembra la comunità ecuadoriana trovi Torino una città piuttosto amichevole”.
A differenza di altre comunità che spesso risiedono in quartieri o zone precise della città, gli ecuadoriani sono distribuiti in modo uniforme per Torino e la cintura.
“Abbiamo alcuni progetti a breve scadenza. Uno di questi prevede la creazione di un punto di raccolta, di aggregazione. Esistono delle chiese in cui loro si recano spesso a pregare. Utilizzando uno di questi luoghi d’incontro naturali, si pensava di realizzare una rete virtuale per farli incontrare in particolari occasioni. Un altro progetto che mi vede in prima linea in quanto docente al Politecnico è quello di istituire per il prossimo anno, grazie a un programma di cooperazione con i paesi dell’America latina, cento borse di studio in Italia per studenti sudamericani, fra cui, ovviamente, anche ecuadoriani”.
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Federico Sirianni |
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