La più bella poesia è l’amore

Esce in Italia una raccolta di lettere scritte da uno dei nostri più grandi poeti, Giuseppe Ungaretti, e indirizzate a Bruna Bianco, suo giovanissimo amore in Brasile. Uno spaccato di un amore incredibilmente intenso, che sottolinea la potenza della parola

Estate 1966. Il quasi ottantenne Ungaretti è in Brasile per una serie di conferenze. Una giovane di origine italiana, un’aspirante poetessa di grande bellezza, Bruna Bianco, gli consegna alcune poesie per avere un suo parere. È così, nel più semplice dei modi, che inizia un grande amore: un amore impetuoso, sincero, a tratti proibito, data la grande differenza di età fra i due amanti. Un amore che viene scandito da un fiume di lettere che viaggiano da una parte all’altra del mondo, dall’Italia al Brasile. Quasi quattrocento lettere d’amore in tre anni, firmate da Ungà (così Ungaretti amava farsi chiamare dalle persone a lui più vicine) e indirizzate a quell’amore che lo accompagna fin quasi alla fine della sua vita (il poeta morirà nel 1970). Uno spaccato di vita in cui Ungaretti parla di sé, della sua grande speranza (divenuta a un certo punto anche una vana certezza) di ricevere il Premio Nobel, e in cui racconta la vita del poeta europeo in una società in grande trasformazione. Quelle lettere oggi sono raccolte da Mondadori in un libro, “Lettere a Bruna”, curato dall’accademico e poeta italiano Silvio Ramat. A trascriverle per prima, fianco a fianco a Bruna Bianco, una giovane poetessa italo-brasiliana, Francesca Cricelli, che ci ha raccontato quell’esperienza nel corso del tour europeo di presentazione del suo primo libro di poesie, Repàtria, edito in Italia da Carta Canta. Repàtria, il libro d’esordio di Francesca Cricelli, è una raccolta di scritti in doppia lingua, portoghese e italiano, a simboleggiare la bellezza (ma anche la difficoltà) di appartenere a due culture e a due idiomi differenti, nel perenne tentativo di conciliarli e ritrovarsi in una terra che sia finalmente patria. Francesca, una nuvola di riccioli neri ordinatamente spettinati, ha vissuto gli ultimi quindici anni della sua vita dividendosi proprio tra l’Italia (dove ha studiato all’Università di Firenze) e il Brasile (dove ha intrapreso la sua carriera di poetessa), in una condizione un po’ apolide che in qualche modo la accomuna a Ungaretti.

Come è nata la trascrizione delle lettere di Ungaretti?

«Nel 2012 ho curato una mostra sulla presenza della poesia italiana in Brasile, nella Casa das Rosas, un museo di poesia di San Paolo. Avevamo dedicato un’intera stanza a Ungaretti, che aveva vissuto diversi anni in Brasile mantenendo molti rapporti con scrittori e artisti brasiliani. Sapevo della sua storia d’amore con una giovane avvocata brasiliana, Bruna Bianco, ma temevo fosse invadente provare a contattarla per la mostra. Fu invece lei a cercarmi, chiedendo una copia di un video che avevamo esposto e invitandomi a casa sua. Quello con Bruna fu per me un incontro fortissimo ed emozionante: in quello stesso giorno mi fece leggere alcune lettere, e fu qualcosa di molto potente, una lettura che mi commosse molto. Nel giro di poco le proposi di trascriverle, e iniziammo questo lavoro insieme».

Cosa l’ha colpita di più di questo carteggio?

«L’intensità con cui Ungaretti scriveva alla donna che amava. Sono moltissime lettere, spesso più di una al giorno, e narrano il suo quotidiano trovando nella sua amata qualcuno con cui condividere una specie di assenza. Si sente una forte dimensione di ascolto e curiosità da parte di Bruna, che aveva evidentemente suscitato in lui il desiderio di raccontarsi e di raccontare il mondo, la poesia, l’arte».

Che figura di Ungaretti esce fuori, leggendo queste lettere?

«Leggendo le lettere viene fuori una dimensione molto umana di Ungaretti, anche se si vede sempre la genialità di questo grandissimo poeta. Però c’è una tenerezza immensa nel modo in cui chiama Bruna “luce mia”, “amore mio”, firmandosi prima “Ungà” e poi “Poppi”, che crea un’immagine molto dolce che va a complemento della figura di intellettuale, un’immagine che forse prima era solo intuita e non letta come invece è in queste lettere».

Un uomo più che adulto e una donna poco più che ragazza: come si riesce ad andare oltre il pregiudizio e a vedere l’amore che legava Ungaretti a Bruna Bianco?

«Credo che questa sia la chiave per leggere queste lettere, ma anche per interpretare l’amore. Quando si sono conosciuti, Bruna e Ungaretti avevano 52 anni di differenza, lei ventiseienne e lui settantottenne, ma l’amore sbocciò comunque. Ungaretti aveva già vissuto quell’amore fatto di legami, famiglia, figli (era vedovo già da molti anni), mentre Bruna dall’altra parte non aveva ancora cominciato questo tipo di strada. Credo che da qui nasca un amore fatto di scambio, di dono, di dare all’altro in termini di vita, di sentimento, di conoscenza. Un donare un’anima all’altra che sfugge un po’ da quello che uno potrebbe aspettarsi , dal senso comune della vita. Io credo che l’amore non debba per forza avere una regola: possiamo leggere queste lettere imparando che a volte, se vediamo l’amore come qualcosa di molto definito in un perimetro, forse in fondo ci sta sfuggendo l’essenza».

C’è una lettera che le è rimasta particolarmente impressa?

«È difficile, perché ce ne sono tante. Ci sono due gruppi di lettere che amo particolarmente: da un lato i primi mesi, con tutto questo lavoro di traduzione di poesie di Joyce e dei poeti arabi, che raccontano cos’è la poesia per Ungaretti e che sono state per me un incredibile dono letterario. Ci sono poi le lettere scritte da Tel Aviv, in cui Ungaretti rapporta alcuni episodi biblici a quello che sta vivendo, che mi hanno commossa e che credo davvero siano una delle cose più belle da leggere in letteratura».

Lei è una poetessa: cosa significa dedicarsi alla poesia oggi?

«La poesia è una possibilità di esistere dentro la ricerca delle parole, un tradurre in versi una sorta di negoziazione tra il proprio mondo interno e l’esterno: questa è l’essenza del lavoro del poeta per me. Però è qualcosa che non si può scegliere di fare, è una necessità continua, un modo per conoscersi e comprendersi, un qualcosa che ti invade e a cui devi per forza dare sfogo. È un modo di afferrarsi a quello che ci succede e tentare di capirlo meglio».

Che effetto fa, per una poetessa, confrontarsi con un poeta come Ungaretti?

« È una cosa bellissima, ed è la mia grande fortuna in tutta questa storia. Ungaretti è sempre stato il mio poeta preferito, ho sempre sentito un legame con lui, anche per la sua vita errante in parte simile alla mia. Lui per me è sempre stato un maestro, una fonte di curiosità immensa. Quindi questo lavoro di trascrizione è stato probabilmente uno dei regali più belli che abbia mai ricevuto nella vita».

La sua prima raccolta di poesie, Rèpatria, racconta la sua vita e il suo amore tra Italia e Brasile. Perché alla fine ha scelto il Brasile?

«Da quando ho lasciato l’Italia, una decina di anni fa, c’era qualcosa che pensavo fosse la vita, un continuo prendere decisioni e organizzare il futuro. Invece mi sono accorta molto presto che la vita non è quello che decidi, ma è qualcosa che entra con forza e ti fa deviare dal tuo percorso. Il mio ritorno in Brasile è stato così, non è dipeso da me e all’inizio mi ha causato molta sofferenza. Ma a un certo punto questo sentimento è cambiato ed è diventato desiderio di rimanere. Quindi non ho scelto, è la vita che mi ha fatto scegliere».

di Valentina Dirindin

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