L’arte non ha età

Quando si parla d’arte, spesso i riflettori sono –giustamente- puntati sui giovani artisti. Ma “giovane” può non essere inteso solo in senso anagrafico, perché l’arte è emozione, e l’emozione non ha età. A spiegarcelo, una bravissima debuttante, la torinese Barbara Nejrotti

Non tutti riescono a trasformare le proprie passioni in qualcosa di concreto. Nella maggior parte dei casi, un hobby rimane tale, relegato al tempo libero e ai ritagli di spazio concessi dal quotidiano. Eppure, c’è qualcuno che ogni tanto fa della propria passione un impegno a tempo pieno, riuscendo a mettere in pratica l’antico detto “fai un lavoro che ti piace e non lavorerai neanche un giorno della tua vita”. Come ci si riesce? A dire il vero, non è che ci sia proprio la formula magica. Però, se è possibile mettere insieme un po’ di dritte per raggiungere questo status così ambito, noi abbiamo provato a raccoglierle, chiedendo consiglio a qualcuno che pare aver ottenuto questo risultato. Barbara Nejrotti è un’artista, ed è riuscita a trasformare in un qualcosa di unico le sue più grandi passioni: quella per il cucito e quella per l’arte contemporanea e moderna. E oggi, con le sue tele monocolore su cui disegna con l’ago attraverso una tecnica da lei inventata, è arrivata al successo, con un’esposizione in programma alla Clen Gallery di New York e una personale a Venezia, in programma dal primo al 30 giugno. Le sue sono opere di grande immediatezza espressiva, candide, in qualche modo semplici, che giocano sempre sul tema dell’equilibrio. «Onde o vibrazioni cosmiche tra le quali nuotano piccoli uomini, fili tesi in una dimensione bianca o monocromatica su cui camminano e volteggiano funamboli, luoghi tra il fisico e il metafisico in cui la figura umana pare saltare e rimbalzare. Quasi quinte teatrali in cui si ferma l’istante di un’esecuzione, il momento del giusto assetto, nella perfetta armonia tra contesto ed essere vivente», come le definisce il suo catalogo personale. La formula per il successo di Barbara è, a suo dire, un insieme di casualità, colpi di fortuna, tenacia e inventiva, elementi a cui lei aggiunge qualcosa che non tutti i debuttanti nel mondo dell’arte hanno: un bagaglio di esperienze emotive e personali da raccontare. Perché Barbara approda al mondo dell’arte “solo” cinque anni fa, una volta girata la boa dei quaranta, ma riesce a trasformare in risorsa quello che per molti può essere uno svantaggio, in un ambiente in cui è sì aperta la caccia all’esordiente, purché giovane e imberbe.


Barbara, ci aiuta a capire meglio le particolarità della sua arte?

«Ho inventato due nuove tecniche, che mettono a frutto la mia grande passione per il cucito, realizzando le mie opere. Con la prima tecnica metto all’interno delle tele degli spessori sagomati intorno ai quali cucio, realizzando un disegno tridimensionale. La seconda tecnica consiste nel ricamare un’orma su due tele assemblate una sopra l’altra, con le quali poi io, bilanciando il tiraggio, ottengo un effetto-orma».


A parole sembra complicato, ma l’effetto è incredibilmente nitido e pulito.

«È proprio così: è una tecnica che vorrei trasmettesse immediatezza e soprattutto emozione, la stessa che io metto dentro ogni opera che faccio. I miei lavori, infatti, hanno sempre come tema l’equilibrio emotivo dell’uomo, declinato attraverso sei macro temi sotto i quali si raggruppano tutte le mie opere: in bilico, nelle onde, la natura, il puzzle, le orme, l’essere umano».


Questa emotività contribuisce a rendere i suoi lavori più personali?

«Assolutamente. Credo che un valore aggiunto della mia opera sia proprio il carico emozionale che porta con sé. Io mi sono approcciata tardi a questo modo di esprimermi, in un momento in cui posso dire di essere una persona più o meno matura a livello emotivo, con un grande bagaglio di esperienze da raccontare».


E a lei che emozioni trasmettono le sue opere?

«Io quando faccio un quadro devo sentirmi bene, deve darmi sensazioni positive e rendermi serena. È vero che rappresento personaggi in bilico, ma alla fine di tutto quello che resta è l’equilibrio».


Qual è l’opera che la rappresenta meglio?

«Indubbiamente è “Essere umano”, una delle prime tele che ho realizzato. Rappresenta una donna adulta che deve trovare la bambina nascosta dentro di sé. È un’opera che racconta una parte della mia vita, quella collocata all’inizio del mio percorso artistico, quando stavo cercando di capire dove andare guardando dentro me stessa».


Come è approdata al mondo dell’arte?

«È stato un approccio casuale: ho sempre avuto una grande attenzione ai rapporti umani, alle persone e questo mi ha permesso di essere quello che sono e, ad esempio, di diventare madre molto giovane. Ma a un certo punto della mia vita, quando i miei figli sono cresciuti, ho provato una sorta di smarrimento e ho deciso che era arrivato il momento di fare quello che mi piaceva. Nell’arte e in questa tecnica ho semplicemente trovato il miglior sistema per esprimermi, ma all’inizio era quasi un gioco, non pensavo neanche di proporre i miei lavori in pubblico».


E poi, cosa è successo?

«Ci sono state una serie di casualità, che hanno generato un flusso positivo di eventi che mi ha portato dove sono oggi. Certo, sono stata molto sostenuta e devo ringraziare tante persone. Ho debuttato al laboratorio A.Muse, seguita da Ermanno Tedeschi. Poi, tramite la galleria Ferrero di Ivrea le mie opere sono arrivate all’attenzione di questa galleria newyorkese dove esporrò a metà maggio».


C’è qualche artista in particolare a cui si ispira per le sue opere?

«Direi di no. Diciamo che c’è un certo tipo di arte che amo, e che sicuramente mi influenza. Mi piace tutto ciò che è monocromo, ad esempio. Mi piace il surrealismo magico, che è una cosa che cerco di mettere nelle mie opere».


È stato difficile approcciarsi al mondo dell’arte in età già matura?

«Molto, molto difficile. Ho riscontrato una vera chiusura nei confronti dell’età: molti galleristi sono interessati agli esordienti ma solo se sono giovani, altrimenti non hanno dimostrato neanche la curiosità di vedere i miei lavori. Per un po’ mi è sembrato di tornare al mondo dello sport, dal quale provengo, dove se non rientri nei parametri di età puoi scordarti di partecipare. Ma questa cosa nell’arte non ha alcun senso. Quando ho iniziato io non mi sentivo in alcun modo “vecchia”, mi sentivo solo un’esordiente con tanto da dire e da raccontare».


Lei ha due figli giovani: si sentirebbe di consigliare loro la carriera dell’artista?

«Non si può nascondere quanto sia un mondo difficile in cui fare carriera, in un momento storico in cui il lavoro è – giustamente- il primo pensiero dei nostri giovani. Io arrivo da una famiglia di artisti, che però per lo più si sono dedicati all’arte in maniera collaterale, facendone un’occupazione parallela al loro lavoro principale. L’arte in qualche modo ti consente di farlo, e forse è la strada giusta da affrontare: puoi portare avanti la tua vena creativa senza rinunciare al resto, che sia lo studio o il lavoro».


Ma l’arte può appartenere a chiunque?

«In qualche modo sì, secondo me. Siamo tutti un po’ artisti, perché credo il desiderio di esprimersi appartenga proprio all’essere umano. Certo, prima di farne il centro della propria esistenza e di investire tempo e risorse bisogna capire bene il potenziale di quello che si ha da dire, perché alla fine la soddisfazione di ognuno di noi deriva dal nostro operato e dal riscontro che abbiamo per quello che riusciamo agli altri».


Torino è una città stimolante per chi vuole fare l’artista?

«Credo proprio di sì, e non solo nel periodo dell’arte contemporanea. È una piazza che offre tante opportunità, molto affascinante dal punto di vista artistico. Abbiamo molti musei, spazi bellissimi, piazze meravigliose. Siamo letteralmente circondati dall’arte».


Quali sono gli spazi di Torino che ama di più?

«Sicuramente la collina, con il suo verde e il fiume. È una zona bellissima,che caratterizza in modo unico questa città».

di Valentina Dirindin

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