ReDiscovery, la riscoperta di Nino Ferrer

Un viaggio oltre il singolo “vorrrei la pelle nera”, che ha reso celebre negli anni Settanta il cantautore genovese. Un progetto di music telling che è un documentario cross mediale: sembra complicato, il lavoro di Federico Sacchi, e invece è uno spettacolo di grande immediatezza emotiva

Se reDiscovery, il progetto di music telling di Federico Sacchi, è pieno e ricco di contenuti la metà del suo ideatore, allora vale davvero la pena di prenotare al più presto un posto per andare a vederlo. Ad una prima occhiata, l’idea è proprio quella: che reDiscovery rappresenti in tutto e per tutto Federico, come una sorta di specchio trasformato in un monologo teatrale. Che poi, monologo teatrale non è neanche la definizione giusta. Perché reDiscovery è un progetto di divulgazione crossmediale, che passa dai social network attraverso l’ascolto di un vinile e arriva su un palco, dove al centro della narrazione c’è la musica, innanzitutto, e poi c’è lui, Federico Sacchi. Che, come tutti gli entusiasti (e di sicuro lui è entusiasta di questa sua idea che finalmente prende vita) è un fiume in piena, un instancabile narratore pronto a spiegarti ogni dettaglio della sua creatura, con un trasporto che solo un genitore può avere, con una precisione maniacale su date, numeri, nomi e con una gestualità che lo fa immaginare direttamente nei teatri da cui, il 27,28 e 29 aprile a Genova e l’8 e 9 maggio a Torino, racconterà la vera storia di Nino Ferrer.

Quello di “vorrei la pelle nera” direte voi. Non solo e tutt’altro, vi svelerà Federico. Perché nei suoi spettacoli (che chiama “documentari dal vivo”) Federico Sacchi porta in scena personaggi apparentemente noti al grande pubblico, svelandone il lato meno conosciuto. ReDiscovery, che racconta gli anni di Ferrer lontano dai riflettori, quelli in cui ha deciso di esprimere liberamente la sua artisticità e il suo pensiero, è solo l’ultimo dei progetti di Sacchi, che arriva in scena grazie a due bandi sull’innovazione culturale, promossi da Compagnia di San Paolo e da Fondazione Crt. Ma prima di reDiscovery c’è stato – ad esempio – “Il sogno di Martin Luther King secondo Stevie Wonder”, che raccontava la quasi inedita storia di come la leggenda della musica soul contribuì con decisione a far approvare la proposta di legge per trasformare il compleanno di M.L. King in festa nazionale, quello che poi divenne il Martin Luther King Day. Ma facciamo un passo indietro, e torniamo a reDiscovery.


Federico, ci spiega meglio il progetto reDiscovery?

«Questo spettacolo è l’evoluzione di un progetto di divulgazione pre-esistente, il music telling. Fonde proiezioni, musiche originali e innovazione tecnologica, come il guanto TH8 che indosso e che mi permette di gestire i contenuti multimediali autonomamente durante la performance. Ho immaginato questo spettacolo come una sessione d’ascolto condiviso, qualcosa che riproponga
quel momento magico che vivevi da adolescente quando compravi un cd e ti mettevi nella tua stanza ad ascoltarlo insieme agli amici».

Quanto è importante conoscere la musica di Nino Ferrer per apprezzare reDiscovery?

«Quello che ho notato è che questo tipo di spettacoli ha un fortissimo coinvolgimento emotivo sul pubblico, indipendentemente dalla conoscenza che si ha a priori dell’artista. Diciamo che mi rivolgo a diversi livelli di pubblico: puoi emozionarti pur essendo a digiuno della musica e dei fatti che racconto sul palco, oppure puoi capire meglio il sottotesto della narrazione».

Cosa significa esattamente la definizione che dà di reDiscovery, ovvero “progetto di divulgazione musicale crossmediale”?

«Può sembrare complicato, ma non lo è. La divulgazione, intesa come narrazione, così come la musica, sono gli elementi centrali di questo spettacolo. C’è poi tutta una parte di crossmedialità, data dai diversi mezzi di comunicazione che interagiscono sul palco, ma anche dall’approccio multimediale che ha il progetto: a monte dello spettacolo, ad esempio, c’è la creazione di una piattaforma web (rediscovery.it) e di una pagina Facebook che, a partire da un mese prima dello spettacolo, svelano piano piano in cosa consiste il progetto di music telling. Questo perché non si può prescindere dal web: chi è online non può concepire che ci sia altro modo di narrare. La narrazione fatta online è già parte dell’esperienza di reDiscovery: quello che voglio provare a fare è ingaggiare le persone tramite il web e spingerle ad alzarsi e a vivere un’esperienza dal vivo».

In generale, i suoi spettacoli sembrano incentrati su una figura chiave, ma quello che in realtà sembra venire raccontato è tutto un contesto storico, sociale e politico…

«Assolutamente. La musica è centrale, ma mi servo di essa per guardare oltre, per conoscere le persone. Non a caso
il manifesto ideologico di reDiscovery è rappresentato da me che guardo oltre un vinile, attraverso il foro centrale. Ad esempio, nello spettacolo “Hidden Roots”, incentrato sulla figura di Gil Scott-Heron, padre dell’hip hop, mi servivo della sua storia per raccontare la società americana degli anni Sessanta-Settanta, con la lotta per i diritti civili.
La stessa cosa è accaduta con Nino Ferrer: mi sono chiesto il perché di alcune sue scelte, ed è venuta fuori una storia pazzesca che al grande pubblico non è mai arrivata».

Chi era realmente Nino Ferrer? Come mai ha scelto di parlare di lui?

«Era un artista molto eclettico, non solo un musicista ma anche un pittore, un poeta, uno sperimentatore. Da questo punto di vista è stato molto sottovalutato, e viene generalmente considerato una meteora degli anni Sessanta. Pochi sanno però che la sua scomparsa dalle grandi scene si deve a una sua precisa scelta: durante un concerto nel 1970 al Teatro Sistina decide di iniziare a dire ciò che davvero pensa, e questo gli chiude ogni porta, proprio quando era all’apice del successo (basti pensare che era il conduttore dello show del sabato sera “Io, Agata e Tu” a fianco di Raffaella Carrà). Da quel momento Nino decide di non avere più vincoli e prende un percorso artistico molto personale. Il primo album che ne esce è un’opera d’arte completa, da ascoltare nella sua interezza: un disco assurdo, geniale, progressista, un disco che mescola generi e che se ascoltato oggi risulta freschissimo. Eppure, non viene capito né aiutato dal mercato discografico, e vende pochissimo».

Chi sono i suoi punti di riferimento in questa nuova maniera di narrare le storie?

«Alessandro Baricco, Marco Paolini, Paolo Nori, Ascanio Celestini, dal punto di vista della narrazione teatrale. Ma anche il collettivo Wu Ming, o Philippe Daverio per il suo modo di raccontare tramite libere associazioni e salti temporali che sembrano azzardati ma hanno sempre un senso preciso».

Come è arrivato a fare il music teller?

«Ero responsabile del reparto dischi di un mega store del centro, e lì ho iniziato a creare un mondo di suggestioni musicali che provasse a coinvolgere
i clienti. Dal momento che funzionava, e mi permetteva di far conoscere al pubblico cose nuove a cui spesso si appassionavano, ho deciso di sistematizzarlo. Credo davvero nel potere salvifico della musica, e questo voleva essere il mio contributo a rendere la società in cui viviamo un po’ migliore».

Come si fa a vivere d’arte, nel 2017?

«Indubbiamente è una scelta molto difficile. Molto dipende dalla fortuna
e dal riuscire a trovare qualcuno che creda in te. Ma dopo un po’ di anni di gavetta e qualche spettacolo riuscito alle spalle puoi farti forte di un minimo di autorevolezza che ti aiuti ad emergere. In reDiscovery lavoriamo in venticinque, ed è innegabile che se non avessi vinto quei bandi di concorso non riuscirei a permettermelo. Ma credo davvero in questo progetto che ho costruito con grande fatica e attenzione».

Perché il debutto a Genova?

«Intanto, perché Nino era genovese
e mi piacerebbe davvero che un giorno venisse riconosciuto nella cerchia dei grandi cantautori genovesi. E poi Genova è una città che amo molto, che si rivela lentamente e questo le conferisce il fascino della seduzione.
È una città che ha un gran fermento culturale, anche se a volte rimane un po’ nascosto, ma bisogna fare uno sforzo e andare oltre la crosta superficiale».

Debutta a Genova, poi torna a Torino, la sua città.

«Esatto, in uno spazio meraviglioso, la sala da ballo Lutrario del Le Roi, disegnata da Mollino. Si dice che Torino sia la piazza più difficile in cui proporre qualcosa. Si dice anche che se funziona qui, allora può andar bene ovunque, come se Torino fosse il vero banco di prova. Staremo a vedere. Certo è una città che sa essere spietata, per questo ho un rapporto di odio e amore. Ma quello che mi piace veramente della mia città è che c’è un fermento pazzesco, che genera una continua innovazione».

di Valentina Dirindin

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