Godersi le cose belle e (a volte) darle per scontate

Perché fermarci tra le mura della nostra città? Per raccontarci le cose belle di Torino, questa volta, abbiamo interpellato la milanesissima Sara Porro. Indagatrice di posti dove mangiar bene,
i suoi consigli sui ristoranti da frequentare (e da non frequentare)
sono una certezza per muoversi nel panorama gastronomico milanese. Grande viaggiatrice, spesso le sue esperienze in giro per il mondo diventano libri divertenti: come l’ultimo “Prenotazione Obbligatoria”, edito da Utet. A dirci cosa odia di Torino, invece, deve essere quasi per forza un torinese: solo chi vive la città la ama così profondamente da tirarne fuori i peggiori difetti con serenità. Per questo, su questo numero, abbiamo scelto Paolo Lucà, direttore Artistico del FolkClub. Già agente di viaggio e bonsaista, Lucà
è uno che naviga a vista nella vita e
nel mondo, sicuro che nulla sia certo
o scontato e che l’eclettismo, la versatilità e la pazienza siano le chiavi
di volta di questo tempo frenetico.

Sara Porro

Amo Torino perché…

Noi milanesi abbiamo il vizio di far diventare il Milano il metro di tutte le cose, perciò mi perdonerete se come prima cosa dirò che di Torino amo la vicinanza alla mia città – sia geografica, che spirituale. Malgrado i suoi nobili natali, Torino rimane una città borghese, che negli anni ha saputo tenersi il meglio di una certa mentalità fordista d’efficienza e l’ha addolcita e stemperata in una capacità di godersi le cose belle. Per me che adoro il cibo, in particolare, Torino è la città dove l’offerta gastronomica rivaleggia con Milano per qualità e varietà, ma la spunta sul rapporto qualità/prezzo. Molti dei miei locali preferiti di Torino – Orso Laboratorio Caffè, il ristorante Consorzio, il bar Cavour del Cambio, la Pescheria Gallina, solo per fare qualche nome – altrove sarebbero ben più snob e autocompiaciuti, mentre qui non si lasciano prendere dalla vanagloria.
O forse, proprio non esisterebbero, almeno non come sono ora: è questo che si intende quando si parla di terroir favorevole, no? (Foto di Bob Noto).

Paolo Lucà

Odio Torino perché…

Torino e la musica dal vivo. Il turineis è ben abituato. Lui non lo sa, perché la sua è una mentalità essenzialmente provinciale, ma la sua città è tra quelle che offrono più scelta –e più qualità- tra le metropoli europee, in fatto di musica dal vivo! Ogni sera della settimana in città si possono ascoltare dal vivo tante proposte di generi e livelli differenti. Ma quando è il momento di fare il biglietto, il turineis ha le braccine corte. E non gli basta girare i tacchi e andarsene: si sente in dovere di far sapere urbi et orbi che ritiene un furto sborsare ben 15 euro per assistere ad un concerto in cui magari quattro tapini suonano egregiamente il proprio strumento su un palco, palco che altri tapini hanno allestito di tutto punto e con grande professionalità, mentre altri tapini ancora gestiscono la sala, l’ingresso, la biglietteria, il bar, il guardaroba, il parcheggio, eccetera. Va detto che lo stesso soggetto borbottante e giudicante, girati i tacchi, va poi spesso a scolarsi l’equivalente in birra in un pub (Torino è la città, che in proporzione al numero di abitanti, ha più pub in Europa…) in cui musica mainstream viene costantemente diffusa da potenti altoparlanti… o entra senza fiatare in un cinema multisala (con tanto di secchiello stracolmo di pop-corn e maxi bibita) per vedere l’ultimo blockbuster spendendo la stessa cifra. E se a cena da amici fa la conoscenza di un sedicente attore di teatro o musicista, non resiste alla tentazione di chiedergli “ok, ma che lavoro fai per davvero?”… perché sì: il turineis, indefesso lavoratore sabaudo, non pensa che l’arte sia un vero lavoro e soprattutto che gli artisti (e coloro che lavorano nel mondo dell’arte e della cultura) siano persone proprio come lui, che come lui hanno delle bollette da pagare, dei figli da mandare all’asilo o che magari, ogni tanto, vogliono andare al cinema!

di Valentina Dirindin

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