Ligabue, Le brave persone

Il cantautore di Correggio ha realizzato un film, il terzo, parlando di gente comune. Le storie private diventano spunti per riflettere sulla vita di tutti

Il rito si è ripetuto in diverse città del Paese. La folla di fan attende pazientemente in sala l’arrivo di Luciano Ligabue: quando compare, si solleva la ola disordinata di braccia e cellulari per immortalare il momento, ma di fatto più per negarselo a vicenda. Il cantante di Correggio è generoso come sempre e si presta a foto e strette di mano, facendosi largo con la voce tra i continui richiami del pubblico che lo invita a girarsi di qua e di là per un saluto personalizzato. Il suo film “Made in Italy” è tratto e ispirato dall’ultimo album omonimo uscito a fine 2016, che racconta in note bellezze e famigerate storture dello Stivale. La terza pellicola da regista esce dopo “una piccola pausa” di 16 anni da “Da Zero a Dieci”, opera seconda dopo il folgorante esordio con “Radiofreccia” nel 1997. Sta incassando cifre da record e piace al pubblico che ritrova l’attore feticcio di Ligabue, Stefano Accorsi, e vede protagonista la brava Kasia Smutniak. I due sono una coppia in crisi, che vive e cerca un senso in una cittadina emiliana eletta a luogo “tipo” dell’Italia, dove un gruppo di amici sgomita per stare a galla, tra problemi professionali e personali. Speranze e difficoltà, redenzione e futuro, amicizia, tradimenti e tenacia quasi ottusa: c’è tutto lo spettro delle emozioni cantate dall’artista nei suoi brani. Proprio la differenza tra esprimere determinate emozioni con la musica o attraverso un film è spiegata bene da Ligabue con le prime parole in sala: “Come alcuni di voi sapranno, in questo lasso di tempo tra il precedente film e questo, mi sono divertito. Nel senso che per me fare musica continua a essere un divertimento. Anche se nella carta d’identità alla voce professione ho scritto musicista, in realtà rimane una passione. Al contrario fare un film diventa mestiere”. Un mestiere che lo ha impegnato per oltre due mesi di riprese in diversi luoghi dell’Emilia, ma non solo, e che è risultato faticoso per la natura stessa del cinema: “Ho un carattere per cui le emozioni devo viverle in diretta: per questa ragione il palco è il luogo perfetto, perché lì sopra semplicemente fluiscono e sono libere di viaggiare, le vedo animarsi nel pubblico. C’è uno scambio immediato tra me e loro”. Fare film richiede un processo molto più articolato: “Sì, se si vuole arrivare al cuore delle persone. Paradossalmente devi lavorare molto di testa, per metterti lì e riuscire a fare in modo che quel pezzettino di riprese che non supera i 20-30 secondi abbia dentro tutto ciò che vuoi dire. La difficoltà ulteriore è che non ci metti la faccia: questo difficile compito è affidato ad altri, agli attori, a cui devi essere bravo a spiegare che cosa vorresti che venisse fuori. In più bisogna capire se lo scambio tra di loro sul set funzionerà così bene per originare un segmento di film da mettere in testa o in coda a un’altra scena che girerai tra diverse settimane da un’altra parte. È un procedimento un po’ diabolico, ma che questa volta mi ha sorpreso positivamente proprio nella parte più impegnativa, il lavoro con gli attori. Fare il regista è una fatica boia”. Le dinamiche tra Ligabue, Accorsi e Smutniak, ma tutto il cast in generale, sembrano essere state molto fluide e funzionali: “Ho fatto un’esperienza bellissima a questo giro: l’intenzione di chiunque faccia film è trasmettere delle emozioni create da un gruppo a un altro insieme di persone là fuori, rappresentato dal pubblico. Non è affatto scontato che ci si riesca, perché quello che emoziona me può non avere lo stesso effetto sugli altri, è difficile avere un terreno comune. Però una cosa la so: noi abbiamo provato delle sensazioni eccezionali e se queste vibrazioni arriveranno anche al pubblico avremo raggiunto l’obiettivo”. Made in Italy è un film che racconta stati d’animo e storie di persone comuni, “un film sentimentale, perché non penso che questa sia una brutta parola”; ma è anche un film che riflette sulla natura stessa dell’Italia. “Siamo un paese che è impossibile non amare e di cui è impossibile non odiare gli aspetti negativi mai risolti. Non c’è alcuna intenzione politica nel film, piuttosto quella di stare focalizzato su una persona e al limite capire quali condizionamenti della società e della politica si ripercuotono sulla sua vita. Ma, soprattutto, non fornisco ricette o soluzioni”. Scrivere canzoni e fare film non hanno niente in comune, seppur in questo caso si tratti di una sorta di unicum artistico che dura da circa tre anni: “Rappresentano due processi completamente diversi.  La canzone è fatta di musica, di parole che stanno dentro una metrica, devono avere la forza di sintetizzare grandi concetti o sentimenti complessi con un grado di intensità che varia dalle strofe ai ritornelli, e talvolta fare anche rima. Dall’altro lato hai una sceneggiatura per un film con dei limiti legati alla produzione: ad esempio ripenso all’ippopotamo di Radiofreccia e alle conseguenze legate alla mia insistenza nell’averlo voluto in scena…”. Protagonista principale del racconto è Riko, kidult o giovane adulto della provincia emiliana che balla sul senso di precarietà (vita, lavoro, affetti, casa, figlio, amici) senza sapere con certezza che cosa accadrà domani. Ligabue, che di secondo nome fa Riccardo, non smentisce che sia una sorta di alter ego, di qualcuno che avrebbe potuto diventare se non avesse attraversato la sliding door una trentina di anni fa che lo ha condotto ad essere la star della musica che è adesso. “Da quando mi sono diplomato a quando sono diventato un cantante ho fatto tanti lavori diversi. E probabilmente ne avrei fatti ancora molti, avrei cambiato alla ricerca della soddisfazione e mosso da una irrequietudine di base. Ho la fortuna di avere un gruppo di amici storici, alcuni lo sono da quando avevo sei anni. Nelle loro storie di tutti i giorni noto la difficoltà di rapportarsi con alcune storture di questo Paese”. Un paese che, come racconta uno dei personaggi del film, offre visibilità e opportunità a chi sbraita e alza la voce e, al contrario, punisce le brave persone. Attraverso uno scrivere “in lingua”, come lo definisce Stefano Accorsi, Ligabue racconta il precario equilibrio per stare in piedi che affrontano ogni giorni questi eroi comuni. “Perché anche loro due sono brave persone – racconta Kasia Smutniak a proposito del regista e del compagno di set – E quando ci siamo trovati a leggere le battute della sceneggiatura, mi sono persa per un momento a guardarli e a pensare che erano due ottimi compagni di viaggio. mi sono sentita molto fortunata”.

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