Giulia Momoli: il mio beach volley

Giulia Momoli, nazionale italiana, racconta la sua disciplina: allenamenti, aspetti psicologici e crescita personale

La mente è centrale per ogni sportivo e la vittoria spesso passa dalla capacità di saper gestire la testa nel momento in cui sembra che a dominare sia, invece, il corpo. Giulia Momoli, giocatrice di beach volley, è nel pieno della sua attività agonistica e sulla gestione degli aspetti psicologici lavora da anni e intende farlo anche dopo la conclusione della sua carriera sulla sabbia. Passata definitivamente al beach da quasi dieci anni dopo gli inizi nel volley indoor, ha da allora preparato due cicli di Qualificazione Olimpica (Pechino 2008 e Londra 2012) e partecipato a tre Campionati del Mondo e quattro Finali del Campionato Europeo (Sochi 2009, Kristiansand 2011, The Hague 2012, Cagliari 2014), arrivando fino alla 16° posizione assoluta dell’FIVB World Ranking. Recentemente, ha avuto un sodalizio durato qualche mese con Laura Giombini con cui ha ottenuto a Montpellier l’Oro nel Torneo WEVZA del CEV Continental Tour e conquistato tre brillanti risultati Internazionali, un 9° posto all’FIVB Open di Paranà e due 5° posti, prima all’FIVB Challenger di Pattaya, poi all’FIVB Open di Mangaung. Con Daniela Gioria, sua storica compagna di gioco con cui è tornata in coppia da marzo 2015, ha preso parte alla prima edizione dei Giochi Europei di Baku svoltasi nella seconda metà di giugno.

Giulia Momoli, ci racconti i suoi inizi con il Beach volley.
«Ho conosciuto questo mondo nel 2006 e me ne sono innamorata subito. Mi piace il risvolto mentale della disciplina: non c’è un allenatore al tuo fianco, non esistono le sostituzioni per rifiatare, devi per forza essere sicura delle tue qualità e grazie ad esse uscire da sola dalle difficoltà. È uno sport individuale… che si gioca in coppia».

Fisicamente è molto probante?
«Sì, devi saper fare tutto, a differenza della pallavolo dove esistono gli specialisti dei singoli ruoli».

Come ci si allena?
«Molto duramente. Per una competizione come il Campionato del Mondo, la preparazione dura undici mesi. C’è un grande lavoro fisico preparatorio, lunghi allenamenti sui vari momenti degli scambi in campo, esercizi nella sala pesi. Io sono difensore, quindi ricevo e stacco a rete, affino movimenti e tecniche di ricezione e schiacciata».

Quanto incidono i fattori meteorologici sullo sviluppo di una partita?
«Il nostro è uno sport outdoor, quindi ci alleniamo in ogni condizione e giochiamo nel freddo di Stavanger e nel caldo umido della Thailandia. L’aspetto decisivo è essere mentalmente preparati: ogni variabile va gestita, sia il vento, la pioggia o il sole a picco. Nell’arco della stessa giornata di gara, le condizioni possono mutare considerevolmente».

Una volta in cui il campo è diventato piccolissimo e la sabbia pesantissima?
«Accade spesso di vedere il campo piccolo, la sabbia diventare una colla e non capire come riuscire a portare a casa i punti. Altre volte, invece, sei nel “flow” della partita e riesci a gestire bene la situazione: dipende dallo stato d’animo, ma su quello si può lavorare».


Dalle sue parole si intuisce la centralità dell’aspetto psicologico
.
«Ne sono estremamente affascinata. Bisogna avere sempre ben chiari in mente gli obiettivi e la mentalità fa la differenza. Ho sentito il bisogno di approfondire tutti gli aspetti legati ai fattori psicologie negli ultimi anni ho conseguito un master in Coaching. Mi aiuta nello sport ed è anche quello che voglio fare in futuro».

Coach in ambito agonistico?
«Il percorso che ho appena concluso mi consente di farlo nella sfera business, life o sport. Ovviamente quello del volley, indoor o da spiaggia, è il mio mondo da 27 anni, ma gli strumenti che si applicano sono gli stessi in qualsiasi ambito, quindi non mi pongo limiti».

Che cosa si sente di dire a una ragazza tentata dal praticare il beach?
«Di farlo immediatamente. Intanto perché è uno sport che si pratica all’aperto, molto sano e completo. E poi perché si impara ad alzare sempre l’asticella, a mettersi a nudo e spingersi oltre i propri limiti. Io ho imparato molto dalle difficoltà incontrate praticandolo, ma anche dalle vittorie ottenute».

di Davide Fantino

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