Gigi Proietti: il D’Artagnan dello spettacolo italiano

Gigi Proietti signs one of the episodes of “The Three Musketeers”, a serial theatrical work created by Beppe Navello and revived after thirty years at the Astra Theatre in Turin. A chance to retrace over fifty years of activity in the show, including characters beloved by the public and successful new choices

La biografia di Gigi Proietti è infinita, ed è un romanzo che parla della storia dello spettacolo italiano. Di attori così, il nostro cinema ne ha regalati tanti. Figure iconiche delle nostre scene, capaci di raccontare la realtà attraverso la chiave dell’ironia, narratori delle specificità regionali, che proprio per valorizzarla non abbandonano le inflessioni dialettali ma ne fanno un tesoro espressivo unico. In questo senso, Roma ha sicuramente uno dei suoi grandi portavoce in Gigi Proietti. Che, a differenza di tanti grandi dello spettacolo che purtroppo ci hanno lasciato, dopo cinquant’anni di carriera è ancora lì, legato a quel teatro che ama, sul palcoscenico, dietro le quinte, dietro a una scrivania con il capo chino su una sceneggiatura; ma sempre e comunque sulle scene. Con tanto lavoro, senza snobismo, Proietti ha indubbiamente saputo guadagnarsi il rispetto e la stima del suo pubblico. Dalla signora di mezza età che non si è persa una puntata del suo Maresciallo Rocca, agli amanti del teatro colto, Gigi Proietti ha saputo far ridere gli spettatori di Monicelli come quelli di Vanzina, dimostrando che il registro della comicità, alla fine, è uno solo, seppur con mille varianti. Perché: «non esiste “un certo tipo” di pubblico, esiste IL pubblico».Gigi Proietti arriva a Torino dal 27 febbraio al 4 marzo, per portare al Teatro Astra la seconda delle otto puntate del faraonico esperimento teatrale “I Tre Moschettieri”. Faraonico perché coinvolge numeri da kolossal teatrale, a partire da chi ci lavora: otto registi, cinque autori, quaranta attori. Sperimentale perché porta in scena un’idea di teatro abbastanza nuova ma tutto sommato fedele alla tradizione: se per Dumas si trattò di un romanzo d’appendice, forse è giusto che anche il teatro provi a mantenere una divisione in puntate della storia. Dunque, saranno otto gli episodi in programma all’Astra dal 18 febbraio al primo maggio, firmati, oltre che da Proietti, da Beppe Navello, Piero Maccarinelli, Myriam Tanant, Andrea Baracco, Robert Talarczyk, Ugo Gregoretti e Emiliano Bronzino.Il perché di questo esperimento, lo abbiamo chiesto a Gigi Proietti.

Ci racconta il progetto dei“Tre Moschettieri”?

«Bisognerebbe farselo raccontare da Beppe Navello, in realtà, perché è sua questa strana idea! Scherzi a parte, è un’esperienza che avevamo già fatto trent’anni fa al Teatro dell’Aquila ed era stato il primo caso di teatro a puntate. Un esperimento divertente, che aveva avuto un grande successo, al quale per me era stato molto interessante partecipare. Per questo sono molto contento che venga riproposto oggi. È un’operazione che gioca sul filo dell’ironia, e magari anche sulla nostalgia di letture che tutti, più o meno, abbiamo fatto da ragazzi».

Grandi nomi, una lunghissima programmazione, una scenografia spettacolare: un progetto decisamente ambizioso.

«Ambizioso lo è sicuramente, se non altro per i numeri importanti che coinvolge, che comunque fanno capire che dietro c’è una grande produzione e un grande lavoro. È uno spettacolo che non tutti i teatri possono permettersi,
e chi lo sceglie lo fa anche con grosso sacrificio. Questo ovviamente non può che inorgoglire tutti quelli che, come me, hanno fatto un pezzetto di lavoro».

La serialità è stata raramente portata a teatro: secondo lei perché?

«Non saprei, probabilmente non è così facile da proporre. Diciamo che funziona forse sulla riscrittura di testi letterari molto conosciuti, in modo che per lo spettatore risulti quasi come una specie di rimpatriata con gli amici, in cui si possa creare una certa complicità col pubblico. Sicuramente non tutti i testi sono adatti a un’operazione di questo tipo».

I Tre Moschettieri è una delle storie più amate di sempre. A mettere mano a un’opera così, si rischia sempre di scontentare qualcuno…

«In generale bisogna partire dal presupposto che qualsiasi classico si porti in scena non è mai così come era stato pensato in origine, se non altro perché il teatro è molto cambiato nel tempo. L’importante è riuscire a essere contemporanei senza snaturare il testo. Questo è un concetto da tenere presente secondo me ogni volta che si affronta il teatro classico. Io dirigo un teatro shakespeariano e prego sempre chi lavora con noi di non fare cose troppo bizzarre solo per sentirsi moderni. Se si vuole snaturare un testo, forse è meglio scriverne direttamente uno. Anche perché parliamo di opere immense, testi che hanno già detto tutto. Poi, certo, ci sono dellemeritevoli eccezioni».

Esiste un passaggio naturale che porta gli attori dall’altra parte del palcoscenico (o della telecamera) per fare i registi? È in qualche modo un’evoluzione del mestiere o si tratta di percorsi diversi?

«Non è che sia un percorso diverso, ma non tutti i calciatori vogliono fare gli allenatori e allo stesso modo non tutti gli attori vogliono fare i registi. Io ho messo in scena tante regie, molte anche senza firmarle, perché mi piace molto al di là della carriera che se ne può fare. Anche perché diventare un regista secondo me non è un passo in avanti, casomai un passo laterale. Personalmente amo moltissimo il teatro d’attore, amo l’espressività su palco. Ma non è che una cosa sostituisca l’altra».

Cinema, teatro, televisione, doppiaggio. Cosa nella sua intensa vita lavorativa le ha dato più soddisfazione?

«Sicuramente, il fatto di essere riuscito ad aprire a Roma, una città dove tutto chiude, tre teatri nel giro di una ventina d’anni, è stata un’enorme conquista artistica. E continua ad esserlo ancora oggi. Mi riempie d’orgoglio essere il direttore artistico di un teatro di successo come il Globe Theatre, il teatro in legno costruito tredici anni fa a Roma grazie a Veltroni, che capì l’importanza dell’operazione e al contributo della Fondazione Silvano Toti. È uno spazio che ricostruisce fedelmente il Globe Theatre di Londra (il più famoso teatro di epoca elisabettiana ndr), con una programmazione che il pubblico dimostra di apprezzare. Solo l’estate scorsa ci sono state 57mila presenzee non può che essere una grande soddisfazione».

C’è invece qualcosa che non rifarebbe nella sua carriera?

«Sì, qualcosina sì, ovviamente. Magari qualche film stagionale, però in generale potrei anche rifare tutto, ma alcune cose le farei durare meno. Sono stato troppo su certe cose togliendo magari del tempo ad altre che mi davano maggiore soddisfazione.»

Qual è secondo lei il mezzo più adatto alla comicità e all’ironia?

«Sicuramente il teatro, e anche un po’ il cinema. La televisione meno, perché costringe alla ripetitività e dopo un po’ il risultato è che la comicità televisiva stanca, diventa necessariamente meno graffiante».

Quello dell’arte e dello spettacolo è un campo difficile: cosa consiglierebbe a un giovane che voglia fare l’attore?

«Non saprei se è così difficile, in realtà forse lo è meno di un tempo, perché per tanti versi le possibilità si sono moltiplicate. Quello che consiglierei è di capire esattamente che cosa vuole fare e impegnarsi in quello. Oggi c’è una generica ambizione a “entrare nel mondo dello spettacolo”, solo perché si è attratti dalla popolarità. Invece bisognerebbe essere certi di quello che si vuole fare, per avere la determinazione e poi la preparazione sufficienti per farcela».

Spesso ha avuto parole di rimprovero per la sua città, Roma. Cosa pensa invece di Torino?

«È da molto che non passo un po’ di tempo a Torino, ma quando venivo più di frequente stavo benissimo: per le persone, per il cibo, per la sua bellezza. Sento spesso dire quanto sia una città che oggi si muove bene, sul piano turistico e culturale e provo anche un po’ di invidia, perché da noi a Roma ci sarebbero molte cose da sistemare in questo senso». 

di Valentina Dirindin

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