ODIO E AMO TORINO: Jazz Festival

di Valentina Dirindin

Dal 26 aprile al 4 maggio arriva il Torino Jazz Festival, che per la prima volta diventa una manifestazione regionale, con quattordici concerti in giro per il Piemonte. Abbiamo chiesto ai due direttori artistici, Diego Borotti e Giorgio Li Calzi, cosa amano e cosa odiano della città dove portano il jazz.

Giorgio Li Calzi, di Torino amo che…

Torino è una piccola città che ha l’umore sociale di una grande città. Forse per via delle varie immigrazioni che hanno creato continuamente nuovi contesti da settant’anni a questa parte, forzando le abitudini dei torinesi, che come sappiamo, sono geneticamente riservati.
Questo fenomeno lo vediamo anche nel mondo del lavoro. Per quanto mi riguarda, ho sempre lavorato come musicista e produttore di musica sin dai primi anni ’80, mestiere che non è proprio dei più classici, specie in una città economicamente quasi monotematica, che non è ad esempio Milano.
Quindi già ai tempi del liceo facevo i primi jingles per le radio, poi a 20 anni lavoravo per il Cinefiat, e poco dopo per le agenzie di pubblicità e le case di produzione. E nel frattempo nel 1990 iniziavo a suonare la tromba e conoscevo, in un girone davvero creativo come i Murazzi, un sacco di musicisti africani e nordafricani che hanno molto stimolato la mia musica. E nel frattempo entravo in una compatta comunità di jazzisti che si aiutava per imporre alla società una nuova figura di musicista. Tra questi, Diego Borotti e Antonino Salerno che si spendevano per dare dignità professionale a un’intera categoria di jazzisti.
Ripeto, Torino non è Milano, per fortuna e sfortuna: è creativa, germinale, ma anche piccola per cui spesso viene “scippata” da Roma e Milano. Ma è una città in cui, forzando un po’ le abitudini quotidiane, anche un musicista, mestiere ai confini della realtà, può anche riuscire a vivere.

Diego Borotti, di Torino odio che…

Suono, scrivo musica e mi occupo di “organizzazione” musicale a tutto tondo dai primi anni ’80. In questo tempo ho frequentato la Città in ogni meandro fisico e sociale.
Indubbiamente Torino è bella ma anche severa, intrigante ma lenta, eccellente ma avara, per fortuna con non poche recenti eccezioni che fanno sperare in meglio.
Se da un lato la natura torinese di città-laboratorio ha permesso e favorito una sorta di underground che forgia prodotti nel sottosuolo culturale, dall’altro non incoraggia il processo che rende questi prodotti “brand” esportabile.
Un prodotto culturale non vive da solo per auto-illuminazione ma (oggi persino troppo) ha bisogno di un sistema gestionale che lo renda comunicabile ed esportabile.
Nelle grandi produzioni jazz, televisive, pop nelle quali ho lavorato, spesso l’hard core musicale apparteneva al tessuto cittadino ma le prove si facevano a Milano, a Firenze si provavano i costumi di scena, le registrazioni si facevano a Roma, i video a Modena, il tutto gestito da un’agenzia di Roma o Milano.
Se la filiera produttiva è interrotta non consente alla fine di mettere sul prodotto finito il marchio di Torino. Ed è un vero peccato culturale, gestionale ed occupazionale.
Qui però si bada al sodo cosa che, per la più immateriale delle arti qual è la musica, non è un male e la “fuffa culturale” ben impacchettata in cui mi imbatto ogni tanto, la si liquida senza tante storie con un breve epiteto, spesso non ripetibile, espresso con la calma laconica e non rassegnata di un madrelingua del Balon che ne ha viste tante.
Per questo alla fine “Viva Torino!” ce l’ho stampato addosso.

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